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Disabili e attività motoria - Medicina dello Sport

Il progetto

Favorire l'attività fisica è importante, ma lo è ancora di più per i disabili, che devono mantenere e sviluppare il più a lungo possibile le abilità residue. E' provato che un'attività sportiva inadeguata al tipo di disabilità può causare importanti problemi sanitari e portare ad abbandono e ritorno alla sedentarietà.
Il progetto modenese Disabili e Sport ha saputo trovare il giusto equilibrio ed è riuscito ad avvicinare, in maniera assolutamente originale, molti disabili alla pratica sportiva. Un'iniziativa che coinvolge non solo l'aspetto strettamente sanitario, ma si concentra sulla promozione di sani stili di vita e invita i disabili e le famiglie ad adottare permanentemente abitudini salutari.

L'unicità del progetto deriva da due fattori: un percorso multidisciplinare all'interno del Servizio di Medicina dello Sport che ha istituito un ambulatorio dedicato e la costituzione di una "rete sociale" che vede il coinvolgimento di enti locali, scuole, società sportive e associazioni di volontariato.
Nell'ambulatorio l'azione dei medici specialisti (medico sportivo, fisiatra, psicoterapeuta) viene affiancata dall'opera di esperti in campo nutrizionale e delle scienze motorie. Il percorso valutativo comincia con la visita medico sportiva e fisiatrica. In sinergia opera anche una dietista che indica come associare l'attività fisica ad un'alimentazione equilibrata e personalizzata. Si aggiunge poi lo psicoterapeuta che si occupa di ascoltare e motivare i disabili e le famiglie. Un tecnico sportivo specialista in scienze motorie ha il compito di spiegare, anche sul campo, le tecniche idonee per svolgere l'attività fisica in sicurezza. Si crea così un percorso  che accompagna la persona disabile e che ha concretamente portato alla realizzazione di una mappa delle opportunità: uno strumento importante che informa i soggetti con handicap e le loro famiglie sulle possibilità che il territorio offre in ambito sportivo, grazie anche alle collaborazioni preziose con amministrazioni locali e provinciali, società sportive, enti di promozione, organizzazioni di volontariato e associazioni dei disabili.

 

Evoluzione del concetto di disabilità

 

Nel 1980 l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) pubblicò un documento dal titolo International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH) nel quale veniva fatta l'importante distinzione fra "menomazione" (impairment), "disabilità" (disability) e "handicap".
La "menomazione" veniva definita come una perdita o anormalità a carico di una struttura o di una funzione psico-
logica, fisiologica o anatomica. Per "disabilità" si intendeva qualsiasi limitazione o perdita (conseguente ad una menomazione) della capacità di compiere un'attività nel modo o nell'ampiezza considerati normali per un essere umano. Col termine di "handicap" si esprimeva la condizione di svantaggio conseguente a una menomazione o a una disabilità in grado di limitare  o impedire l'adempimento del ruolo normale per un soggetto in relazione all'età, al sesso e ai fattori socioculturali. Il documento veniva completato dall'elencazione di diverse situazioni per ciascuna delle categorie indicate. 
Per esempio un non vedente è una persona che soffre di una menomazione oculare che gli procura disabilità nella locomozione e comporta handicap nella mobilità e nella occupazione, per citare solo i principali.  Mentre per una persona la menomazione ha carattere permanente, la disabilità dipende dalla attività che egli deve esercitare e l'handicap esprime lo svantaggio che ha nei riguardi dei cosiddetti normodotati. Un paraplegico avrà certamente un handicap quando si tratta di giocare a calcio, ma non ne avrà praticamente nessuno nell'usare un personal computer.
L'aspetto significativo di questo primo documento dell'OMS è stato quello di associare lo stato di un individuo non solo a funzioni e strutture del corpo umano, ma anche ad attività a livello individuale o di partecipazione nella vita sociale.

A quello sopra indicato è seguito nel 2001 un secondo documento, International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). All'elaborazione hanno partecipato i 192 governi che compongono l'Assemblea Mondiale della Sanità, tra cui l'Italia, che ha offerto un significativo contributo tramite una rete collaborativa informale denominata Disability Italian Network (DIN), costituita da 25 centri dislocati sul territorio nazionale e coordinata dall'Agenzia Regionale della Sanità del Friuli Venezia Giulia.
Già il titolo è indicativo di un cambiamento sostanziale nel modo di affrontare i problemi, cercando di fornire un linguaggio unificato per descrivere lo stato di una persona.
Non ci si riferisce più a un disturbo, strutturale o funzionale, senza prima rapportarlo a uno stato considerato di "salute".
Il nuovo documento sostituisce ai termini "impairment", "disability" e "handicap", che indicano qualcosa che manca per raggiungere il pieno "funzionamento", altri termini che sono: funzioni corporee, strutture corporee, attività e partecipazione, fattori ambientali (es. ambiente naturale, ambiente creato dall'uomo, tecnologie).
Le funzioni corporee sono le funzioni fisiologiche dei sistemi corporei, incluse le funzioni psicologiche.
Le strutture corporee sono parti anatomiche del corpo come organi, arti e loro componenti.
Attività è l'esecuzione di un compito o di un'azione da parte di un individuo.
Partecipazione è il coinvolgimento di un individuo in una situazione di vita.
I fattori ambientali sono caratteristiche del mondo fisico, sociale e degli atteggiamenti, che possono avere impatto sulle prestazioni di un individuo in un determinato contesto; sui fattori ambientali incidono le cosiddette "barriere", vale a dire le strutture architettoniche ed urbanistiche che possono limitare la mobilità degli individui.
Da tutto ciò deriva che una limitazione non viene fatta risalire necessariamente ad una condizione patologica (cioè la menomazione della prima classificazione), ma può riguardare facilmente situazione abituali della vita di una persona, quali l'infanzia, l'età avanzata o temporanee condizioni limitanti la mobilità,  come ad esempio l'uso di stampelle per un infortunio o un intervento ortopedico recente.  La difficoltà che si incontra nell'avere accesso ad un mezzo pubblico o ad un edificio non è quindi esclusivo appannaggio del soggetto permanentemente disabile, ma riguarda anche altre estese fasce della popolazione.  L'applicazione universale dell'ICF è data quindi dal fatto che la disabilità non viene considerata un problema di un gruppo minoritario all'interno di una comunità, ma un'esperienza che tutti, nell'arco della vita, possono sperimentare. Altro vantaggio rispetto alla classificazione ICIDH è non avere l'obbligo di specificare le cause di una menomazione o di una disabilità, ma solo di indicarne gli effetti.  L'ICF si pone come classificatore della salute, prendendo in considerazione gli aspetti sociali della disabilità: se, ad esempio, una persona ha difficoltà in ambito lavorativo, ha poca importanza se la causa del suo disagio è di natura fisica, psichica o sensoriale. Ciò che importa è intervenire sul contesto sociale costruendo reti di servizi significativi che riducano la disabilità.
È da notare poi il fatto che il termine "handicap" è stato abbandonato, estendendo il termine disabilità a ricoprire sia la restrizione di attività che la limitazione di partecipazione.

 

I dati (novembre 2007-dicembre 2011)

- 525 totale visite effettuate (254 prime visite; 271 controlli)
- 181 maschi
- 73 femmine
- 26.9 anni l'età media (66 età massima; 5 età minima)
- 153 con disabilità mentali
- 60 con disabilità motorie
- 30 con disabilità miste
- 8 con disabilità sensoriali
- 59 praticano attività agonistica
- 159 praticano attività non agonistica
- 37 nessuno sport praticato
- 1 abbandono attività sportiva
- 8 non idoneità attività sportiva

Sport praticati:
- 53 equitazione
- 23 basket
- 44 nuoto
- 16 bowling
- 40 atletica
- 4 tennis
- 20 altri sport
- 14 a scuola